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Approfondimenti biografici - biografia ampliataMarco Cuaz e Giuseppe Ricuperati - Federico Chabod. L’avventura intellettuale di un uomo europeo - (Questo lavoro riproduce il testo della trasmissione
televisiva “Chabod,
l’avventura intellettuale di un uomo europeo”, realizzata
dalla RAI III di Aosta.
Una versione ampliata, con le note, è stata pubblicata su “Quaderno di storia contemporanea”, Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea di Alessandria,15, 1994, pp. 7-31.) Da Valsavarenche, in Valle d'Aosta, una piccola valle oggi al centro del Parco Nazionale del Gran Paradiso, a pochi chilometri dai confini con la Francia e con la Svizzera, dove il francese era ancora la prima lingua e l'italiano si imparava soltanto a scuola, partiva all'inizio del secolo l'avventura intellettuale di uno dei più grandi storici europei del Novecento, studioso della formazione dello Stato moderno, dell'idea di nazione e dell'idea di Europa, storico di Machiavelli, del Rinascimento e della politica estera italiana. Federico Chabod era nato ad Aosta il 23 febbraio 1901. Il padre, notaio, discendeva da un'antica famiglia della Valsavarenche; la madre, di Ivrea, da una famiglia di funzionari e militari del regno di Sardegna. Dopo la morte prematura del padre, poté proseguire gli studi grazie ad una borsa di studio istituita da un lontano prozio e amministrata dal comune di Valsavarenche. I primi studi, con brillanti risultati scolastici, Chabod li aveva compiuti nel Regio Ginnasio e Liceo di Aosta, in un momento di eccezionale fortuna della Scuola che raccoglieva l'élite valdostana. Mai come in quegli anni vi insegnarono professori di notevole statura intellettuale, come lo storico Umberto Santini, editore di statuti medievali, il letterato Francesco Niccolai, autore delle guide del Touring Club per il nord Italia, il filosofo Aurelio Pelano, studioso dell'empiriocriticismo. Alcuni di questi, convinti interventisti, morirono volontari al fronte, altri svolsero un ruolo importante nella intensa vita politica valdostana a cavallo della prima guerra mondiale. E sedevano sugli stessi banchi di scuola, accanto a tutta la futura classe dirigente valdostana, personaggi destinati ad un grande avvenire, come lo storico della letteratura Natalino Sapegno, il fisiologo Margaria, lo scenografo Giovanninetti. Erano anni di grande fermento nella vita culturale e politica valdostana, in cui dalle battaglie per la difesa della lingua francese nasceva la cultura dell'autonomia. E il giovane Federico Chabod non rimaneva estraneo a quei fermenti. Ritroviamo la sua firma, in qualità di vice-presidente della sezione valdostana del Club Alpino Italiano, in calce ad alcuni dei documenti più significativi della "Ligue Valdôtaine" per la difesa della lingua francese. E le stesse riunioni del Club alpino italiano non costituivano in quegli anni, ad Aosta, un momento di puro interesse alpinistico, un interesse che pure assorbì molta parte delle energie del giovane Chabod; parlare di montagna, conoscerla, amarla, significava allora avvicinarsi ai temi della "piccola patria", della specificità della "civiltà alpina", delle frontiere e delle autonomie, proprio quei temi che Chabod avrebbe poi ripercorso, già ormai storico affermato, nelle appassionate lezioni sulla storia dell'idea di nazione e per i quali avrebbe dato tutto il suo impegno nella Resistenza e nell'immediato dopoguerra. Chabod aveva iniziato gli studi universitari a Torino nel novembre del 1919, un anno difficile per la città e per il paese. La tradizione liberale e moderata doveva fare i conti con la nuova realtà dei partiti di massa; da un lato i cattolici, proprio allora identificati politicamente nel Partito Popolare, dall'altro i socialisti che avevano appena ottenuto una solida affermazione elettorale. Una minaccia sempre più consistente veniva dalla destra, dove alla tradizione nazionalistica che aveva potuto giocare la carta della vittoria mutilata, si affiancava l'aggressivo, anche se ancora minuscolo, movimento fascista. Proprio nella Torino di quegli anni si consumavano alcune delle esperienze politiche e culturali più significative del dopoguerra italiano: l'"Ordine nuovo", diretto da Antonio Gramsci, e le riviste del giovane Piero Gobetti, intorno alle quali si condensava il programma di una "Rivoluzione liberale". La facoltà di Lettere rifletteva i contrasti e le tensioni del tempo. Fra i maestri più autorevoli spiccava per la storia antica Gaetano De Sanctis, cristiano, ma insieme profondo assertore della libertà e dei valori della tradizione umanistica, che avrebbe combattuto a Torino una coraggiosa battaglia per difendere le istituzioni culturali dalla retorica del nazionalismo, impersonificata dal docente di letteratura italiana, Vittorio Cian, futuro aggressivo sostenitore del fascismo torinese. C'era poi lo storico dell'arte Lionello Venturi, reduce dalla guerra combattuta da volontario per una scelta di interventismo che aveva voluto il giovane paese accanto alle democrazie liberali e contro gli Imperi autoritari. Fra gli storici emergeva la figura di Pietro Egidi, direttore della "Rivista storica italiana", grande amico di Venturi e come lui punto di riferimento dei giovani novatori. In occasione della sua morte improvvisa, nel 1929, durante una gita in montagna, a Courmayeur, Chabod ne tracciava un commosso ritratto che ripercorreva non solo le fila della sua proposta storiografica, ma anche il significato profondamente umano della sua lezione: "L'arricchimento del suo spirito lo conduceva alla storia politica, nell'ampio senso della parola: dove si risolvessero la sua sensibilità artistico-letteraria, la sua finezza psicologica, la sua dottrina economica. Era cioè la piena maturità dello studioso che, formatosi lentamente e severamente attraverso il lavoro sulle fonti e sui documenti, passato attraverso l'analisi dei fatti economici, giunge infine a vedere l'unità complessiva". Chabod rievocava ancora il clima di quelle lezioni e di quei seminari che vertevano su temi diversi, dalle origini dei comuni, alle interpretazioni di Machiavelli, ai moti del 1821: "I giovani gli si affezionavano e, una volta avvicinato, non se ne staccavano più. Potevano anche andare assai lontano, abbandonare per sempre l'università, il suo cortile, quel porticato sotto cui tante volte, al finir delle lezioni, avevano passeggiato col loro maestro, conversando. Ma a tutti, anche a quelli che non avevano atteso a speciali studi sotto la sua guida, rimaneva incancellabile il ricordo di lui, della sua voce, del suo sguardo.... Altra volta si trattavano questioni attinenti alla storia dei comuni italiani: ed a me parvero così nuove e così fini le osservazioni che egli faceva che non potei trattenermi dal dirgli: e perché non le scrive tutte queste cose? Sorrise e crollò un poco il capo. Poche volte, come quel giorno, compresi come egli fosse veramente gran signore, di animo e di mente; gran signore che dona e sdegna di cercare il frutto del suo lavoro. Era veramente il suo un dono continuo..." In questo intenso rapporto culturale ed affettivo maturava la vicenda della tesi di laurea. A lavorare intorno a Machiavelli Chabod era stato indotto da motivi apparentemente esterni: la rinuncia di Egidi a curare un'edizione del Principe per la collana dei classici UTET e la sua designazione a sostituirlo mentre andava preparando una tesi d'altro argomento sull'origine delle Signorie. Quello che doveva essere un lavoro occasionale lo prese a tal punto che la breve introduzione richiesta divenne uno studio così ampio da essere rifiutato dal direttore di quella collana, Gustavo Balsamo Crivelli. La contrarietà si risolse tuttavia in una fortuna, poiché la mancata introduzione divenne la sua tesi di laurea e un suo breve compendio una fortunata e succosa presentazione dell'operetta machiavelliana che si allontanava, come ebbe a segnalare Benedetto Croce sulle pagine della "Critica", non solo dalle interpretazioni positiviste, ma anche dall'immagine emergente nella cultura nazionalista e fascista di un Machiavelli apologeta indiscriminato della forza. Proprio Machiavelli e i problemi del Rinascimento dovevano condurre Chabod a Berlino, alla grande scuola storiografica di Friedrick Meinecke. Lo storico valdostano poteva così osservare direttamente, dopo il crollo del liberalismo in Italia, anche la crisi della repubblica di Weimar, alla quale il grande storico tedesco era legato, fino a subire la violenza degli studenti nazionalisti. In Germania Chabod ritrovava gli stessi problemi a cui Croce in Italia aveva tentato di dare una risposta: il rapporto tra morale e politica, fra Ethos, l'azione secondo la giustificazione morale, e Kratos, l'azione secondo l'impulso della forza. L'idea della "Ragion di Stato", oggetto del grande studio di Meinecke, diventava tema centrale di una cultura liberale alla ricerca di un nuovo equilibrio fra natura e spirito, fra forza naturale e forza etica. Un interesse che in Chabod era destinato a lievitare negli anni Trenta, culminato nello studio sul massimo teorico italiano della Ragion di Stato: il gesuita piemontese Giovanni Botero. Un'altra esperienza fondamentale di questi anni di alto apprendistato fu legata all'esplorazione degli archivi di Simancas. Era un'impresa coordinata da Pietro Egidi e sostenuta dai finanziamenti di Riccardo Gualino, un industriale torinese legato all'industria tessile che, attraverso il suo mecenatismo verso intellettuali ed artisti, cercava di conservare a Torino una dimensione culturale moderna ed europea, destinata ad alimentare una sorta di singolare fronda nei confronti del regime fascista. Nelle ricerche di Simancas si può ritrovare non solo la radice per la ricostruzione della Lombardia al tempo di Carlo V, ma anche l'interesse per i meccanismi di quello Stato del Rinascimento di cui Chabod avrebbe scritto autorevolmente nel ventennio successivo. Simancas fu anche l'occasione per l'incontro con un giovane storico francese mandato dai suoi maestri della Sorbonne a studiare Filippo II e il mediterraneo, il quale, nel giro del prossimo ventennio avrebbe clamorosamente rovesciato l'ipotesi: non l'uomo e lo spazio, ma viceversa. Si tratta naturalmente di Fernand Braudel che ci ha lasciato una testimonianza molto viva non solo del primo incontro, ma dell'intero progetto italiano: "Lo studio da parte di un gruppo di storici degli archivi spagnoli era indispensabile per la conoscenza del XVI secolo italiano, che si trattasse di Napoli o di Milano, o dello Stato sabaudo. Ciascuno vi trovava la sua impegnativa parte. Artigiano della prima ora, Vittorio di Tocco, l'anno precedente era morto di tifo a Simancas. Federico Chabod lo rimpiazzava; la sua parte era la Lombardia. Nino Cortese sarebbe venuto più tardi, al servizio del regno di Napoli. Che magnifica équipe!" Dalle ricerche di Simancas e dal successivo allargamento dell'esplorazione archivistica a Milano, Venezia, Parigi, Bruxelles, Roma, Vienna, nacquero i lavori del 1934 intorno a Lo Stato di Milano nell'impero di Carlo V, e alla Vita religiosa a Milano nel Cinquecento, lavori nei quali lo storico valdostano affrontava i grandi temi della formazione dello Stato moderno, della persistenza degli ideali imperiali, le dimensioni complesse della vita religiosa, il confronto fra il potere laico e quello ecclesiastico. Ma il senso di quella esperienza e più in generale di tutti gli incontri che appartengono a questa straordinaria avventura di formazione, appaiono evidenti nei contributi di quegli anni all'Enciclopedia italiana che, se permettono di riconoscere temi ed esperienze dei suoi maestri, rivelano ormai una profonda e creativa autonomia. E' il caso degli studi sulla crisi del Rinascimento italiano, quando tramontano i "sentimenti decisi e prepotenti", decade "l'entusiasmo morale" e gli intellettuali italiani sembrano rinunciare "a far delle loro idee motivo di religione", in particolare delle voci dell'Enciclopedia su Guicciardini, Machiavelli e del libro su Giovanni Botero dove emergono i grandi temi che accompagneranno tutta l'opera di Federico Chabod: il concetto di Rinascimento, il rapporto fra teoria e prassi nella formazione dello Stato moderno (ancora sempre il confronto fra ethos e kratos) e la complessa e ancora implicita connessione fra istituzioni e vita religiosa. La prima riflessione dedicata all'interpretazione del Rinascimento era quella che il giovane storico aveva offerto a Varsavia al VII° Congresso internazionale della Scienze storiche nel 1933. Le tesi classiche di Burckhardt e di Michelet, che avevano enfatizzato la frattura fra Medioevo e Rinascimento, facendo di quest'ultima una grande categoria d'epoca, qualcosa che definiva insieme tempo, spazio e civiltà, avevano subìto non solo l'attacco frontale di Conrad Burdach, il filologo che individuava una continuità fra medioevo e riforma religiosa, cancellando di fatto il Rinascimento, ma anche l'implicita polemica delle culture nazionali che reagivano ad un modello fondato sugli spazi italiani e l'offensiva dei medievisti che tendevano a sfondare un concetto di frontiera per la loro disciplina, individuando "rinascite" nei secoli bui o "autunni del medioevo" nel XV secolo. In questo dibattito Chabod si schierava appassionatamente per la difesa dell'autonomia del concetto di Rinascimento e della frattura rispetto al medioevo, una scelta individuata storiograficamente nei saggi di quegli anni e ripresa, senza sostanziali cedimenti, anche nei lavori del secondo dopoguerra. Intanto Chabod era divenuto redattore, per la storia medievale e moderna, dell'Enciclopedia italiana, diretta da Giovanni Gentile, e aveva preso parte attiva ai lavori della Scuola di storia moderna e contemporanea, diretta a Roma da Gioacchino Volpe. Nel 1935 fu nominato professore universitario all'Università di Perugia e, nel 1938, chiamato alla facoltà di Lettere dell'Università di Milano. Il confronto con gli storici e le istituzioni del fascismo fu un alto prezzo pagato in misure e tempi diversi da uomini che avevano soprattutto la volontà di realizzarsi come storici. E in Chabod giocava la volontà e la necessità di utilizzare le istituzioni culturali del regime per far non soltanto sopravvivere, ma emergere a pieno, una vocazione storiografica ormai preminente. Qualsiasi altra strada lo avrebbe portato alla marginalizzazione o al silenzio, un prezzo che Chabod non era disposto a pagare. Un altro grande storico di formazione liberale, Arnaldo Momigliano, rievocava il clima di quegli ambienti romani, così diversi dell'esperienza antifascista della Torino gobettiana: "A Roma, almeno nella facoltà di lettere e nelle varie scuole storiche e archeologiche, siffatti urti e trapassi violenti non si conoscevano più. Gli antifascisti dichiarati, come Giorgio Levi Della Vida, formavano una piccola minoranza. Quaglioni, Fedele e Volpe che controllavano le scuole, e Gentile che, con l'Encliclopedia, provvedeva a tutti uno stipendio, o un supplemento di stipendio, non chiedevano e nemmeno desideravano, che si diventasse fascisti. All'Enciclopedia, prima del 1933, gli iscritti al fascio dovevano potersi contare con una mano sola. La realtà ovvia era che, per lo stesso fatto di entrare nell'Università, nelle scuole storiche e nell'Enciclopedia, ci si inseriva in organismi fascisti, dove l'imbarazzo era costante e la cautela diventava abito. Il motto che Croce ci dava il pane spirituale e Gentile ci dava il pane materiale ricorse allora più di una volta in conversazione". Il terreno su cui si muoveva la storiografia chabodiana, il Rinascimento, la formazione dello stato moderno, la storia della politica estera italiana, rimaneva un terreno di confine fra liberalismo e nazionalismo, capace di far sopravvivere, attraverso il confronto con l'ethos, una dignità della storia destinata ad andare oltre alle bonifiche fasciste della cultura e dell'università. La crisi doveva venire più tardi, dopo la morte di Nello Rosselli, dopo la politica razziale, che cancellava una grande presenza intellettuale nell'Università, ma soprattutto dalle prime avvisaglie del conflitto mondiale. A differenza di Delio Cantimori che, dopo un percorso forse più tortuoso, aveva scelto come terreno gli eretici e la loro lezione di non conformismo e di libertà, Chabod aveva interrogato sempre i momenti alti della storia italiana ed europea, dal Rinascimento al Risorgimento. Ed su questo terreno, con i corsi sull'idea di Europa e di nazione, Chabod avrebbe rotto una lunga ambiguità. Finiva il nicodemismo e la dissimulazione onesta del lungo viaggio nelle istituzioni del fascismo e cominciava a formarsi, con l'inevitabile idea di resurrezione, l'anima del partigiano Lazzaro. Nell'Italia devastata dalla guerra, mentre maturava la sua scelta di antifascista militante, nell'ultimo corso tenuto all'Università di Milano nel 1943-44, Chabod si pose al centro dei problemi politici e culturali dell'Europa di quegli anni. Come nacquero, crebbero e si svilupparono le idee di patria, di nazione, di Europa? Come venne a corrompersi un'idea di nazione nata come esigenza di libertà? Come poteva conciliarsi lo Stato nazionale con entità superiori come l'Europa e l'umanità? Secondo Chabod l'idea di nazione era nata all'interno della cultura romantica, nell'affermazione del sentimento di individualità contro le tendenze cosmopolite e universalizzanti del Settecento. Era il frutto della rivolta della fantasia e del sentimento contro la ragione degli illuministi, della singolarità di ogni popolo, con le sue tradizioni, contro le leggi astratte, valide per tutti i popoli. All'idea di patria si richiamarono dapprima gli Svizzeri, nei primi decenni del Settecento, che si appellavano alle antiche libertà, allo spirito patriarcale, all'onestà degli antichi costumi, contro l'egemonia della Francia e la corruzione dei moderni costumi. Poi fu il grido di tutta Europa (l’Europa) contro le armate napoleoniche: "Il secolo XIX conosce quel che il Settecento ignorava: le passioni nazionali. E la politica, che nel Settecento era apparsa come un'arte, tutta calcolo, ponderazione, equilibrio, sapienza, tutta razionalità e niente passione, diviene con l'Ottocento assai più tumultuosa, torbida e passionale, acquista l'impeto, starei per dire il fuoco delle grandi passioni; diviene passione trascinante e fanatizzante com'erano state un tempo le passioni religiose... La politica acquista pathos religioso; e sempre più, con il procedere del secolo e con l'inizio del secolo XX: ciò spiega il furore delle grandi conflagrazioni moderne... La nazione diviene la nuova divinità del mondo moderno. Nuova divinità e come tale sacra. E' questa la grande novità che scaturisce dalla rivoluzione francese e dall'Impero". Anche in Germania, secondo Chabod, l'idea di nazione era nata dal desiderio di difendere le antiche libertà germaniche, prima contro la tirannia della Roma papale e poi contro la preponderanza politica e culturale della Francia, ma, dalla considerazione della nazione come fatto naturale, si era passati alla chiusura e alla ostilità per lo straniero, alla celebrazione della superiorità razziale. Una strada ben diversa da quella italiana, dove nazionalità aveva significato riconoscimento di un diritto comune, un fine comune, un "plebiscito di tutti i giorni", la volontà di un popolo sempre legata all'idea della libertà politica. Era questo il largo respiro europeistico della predicazione mazziniana; Garibaldi e i patrioti italiani non combatterono solo per l'Italia, ma per tutte le nazionalità oppresse. Oggi la nazione, concludeva Chabod, da fatto culturale, era divenuta fatto politico; dopo aver faticato ad affermarsi contro i tutori del "diritto pubblico europeo", aveva finito, drammaticamente, col rifiutare ogni diritto pubblico, col negare l'equilibrio dell'Europa. Il sorgere dei nazionalismi aveva portato all'esasperarsi del senso nazionale, ad allontanare ogni altro sentimento europeo ed umanitario. Era facile scorgere dietro alla condanna di Bismarck e del pangermanesimo prussiano, l'ombra di Hitler e la drammatica alternativa posta dal conflitto mondiale: una libera comunità di popoli in un equilibrato concerto di nazioni o un'incombente unità sotto una cupa dittatura germanica. L'idea di Europa costituiva per Chabod il complemento dell'idea di nazione. Nella seconda parte del corso universitario del 43-44, Chabod si domandava quando gli uomini abitanti in terra europea avevano incominciato a pensare se stessi e la propria terra come qualcosa di essenzialmente diverso, per costumi, sentimenti, pensieri, dagli uomini abitanti in altre terre. Quando l'Europa incominciò a disegnare non soltanto un complesso geografico, ma un fattore morale, politico, religioso, artistico? E quali lineamenti morali le furono attribuiti, come propri di essa e di essa sola? Secondo Chabod la prima contrapposizione tra l'Europa e l'Asia fu opera del pensiero greco tra le guerre persiane e l'età di Alessandro Magno. L'Europa era la terra della libertà, l'Asia del dispotismo, gli europei si reggevano seconde leggi, gli asiatici vivevano in sudditanza e in servitù. Ma altre contrapposizioni, romano-barbaro, cristiano-pagano, franco e latino, avevano reso per lungo tempo infeconda quell'idea embrionale di Europa. Il senso di una identità culturale era rinata nel Rinascimento: era l'Europa dei dotti che, nonostante le guerre e le fratture, realizzavano nella libertà e nella tolleranza la "Repubblica delle lettere". Di fronte all'esplorazione di nuovi mondi l'Europa avrebbe meglio delineato i propri caratteri, in contrapposizione non solo all'Asia musulmana, ma alla Cina, all'America, all'Africa. Nel Settecento era forte la coscienza della diversità dell'Europa: alla febbre del lavoro, all'attività incessante, veniva contrapposta la placidità e l'inerzia dell'Oriente. L'occidente, come Ulisse, aveva lanciato la sua nave oltre le colonne d'Ercole. Senonché, proprio mentre il senso europeo si affermava così profondamente, ecco il sorgere di voci contrastanti. Contro l'europeismo settecentesco si affermava l'idea di nazione e l'erompere dei nazionalismi avrebbe tolto al sentire europeo gran parte della sua forza: “Perfino la grande società degli spiriti, la Repubblica delle lettere, si scisse sotto la pressione delle passioni nazionali, e là dove prima gli uomini di alta cultura e alto ingegno s'erano generalmente sentiti europei, poi si sentirono anzitutto, anzi, spesso esclusivamente, francesi, italiani, tedeschi. I chierici del mondo moderno, cioè gli uomini di studio, per dirla con Julien Benda, divennero anch'essi uomini di parte e, anziché all'avvento di una grande comunità spirituale europea, lavorarono spesso a dissolvere, per lasciar sussistere soltanto la nuova divinità, il singolo Stato lanciato sulla via della conquista, proprio sulla via che al senso europeo degli uomini del Settecento era apparsa come la via del male". Mentre Chabod rifletteva sul significato storico delle idee di Europa e di nazione, nel dicembre del 1943, si riunivano clandestinamente a Chivasso alcuni rappresentanti delle valli alpine occidentali per redigere una dichiarazione congiunta che ponesse le basi del futuro destino delle regioni confinarie. Chabod non prese parte a quel piccolo convegno, ma fece pervenire un testo preliminare, in cui rivendicava non solo l'autonomia linguistica e amministrativa delle valli bilingui, ma indicava nella creazione di uno stato a largo decentramento amministrativo il quadro politico della nuova Italia e nelle autonomie regionali un mezzo per eliminare "gli attriti delle zone di frontiera, impedendo il sorgere degli irredentismi". Contro le ipotesi annessioniste che circolavano nella sua Valle d'Aosta, Chabod interveniva per indicare una prospettiva diversa dal cambiare patria: la creazione di un'Italia e di una Europa libera, rispettose delle minoranze e capace di trasformare le frontiere da elemento che divide in un momento di incontro e di unione dei popoli. Sotto la spinta degli avvenimenti dell'inverno del '44 Chabod maturava la scelta radicale di abbandonare la storia, l'insegnamento e la ricerca per gettarsi nella militanza politica e abbracciare le armi. All'amico Sestan scriveva il 2 febbraio 1944: ’’Se vorremo potremo risorgere, ed è dovere innanzitutto di noi, uomini di studio, di lavorare perché questo volere ci sia, nei giovani almeno a cui è affidato un compito arduo. Avanti quindi con coraggio e fede: io non ho mai perso né l'uno né l'altra; e se faccio lezione quest'anno è proprio e soltanto perché so di avere un grave compito da assolvere e una grave responsabilità da sostenere, che cerco di assolvere e di sostenere nel modo migliore consentito dalle circostanze. Dunque animo e animo sempre! E che quando ci si riveda si possa, abbracciandoci, dire tutti di aver fatto quel che ci toccava di fare. Io non voglio avere più nulla a che fare, nemmeno per via indiretta, con Giovanni Gentile: e prendo una posizione netta e chiara... ragioni più alte oggi devono additare la via... a ricostruire su altre basi e con altra gente penserò poi". Raccolte le carte preparatorie per la Storia della politica estera italiana, assunto il nome di battaglia di Lazzaro, allusivo ad una resurrezione, Chabod fece ritorno a Valsavarenche, arruolandosi nella banda partigiana guidata dal cugino Remo. Iscrittosi al Partito d'Azione ottenne l'incarico di presiedere la sezione valdostana del Comitato di liberazione nazionale. Nonostante la richiesta di Ugo la Malfa, declinò l'invito a trasferirsi al CLN romano: "Non posso ora abbandonare il mio posto. I miei desideri personali, come i miei interessi devono passare in seconda, in terza linea... Non posso pronunciare il nunc dimitte finché non veda sventolare in Aosta liberata, e per sempre, il tricolore dell'Italia libera. Quel giorno, cacciati i tedeschi e i fascisti, messo a posto le cose, farò le mie valigie e tornerò agli studi per non staccarmene mai più." Il maggiore problema per la Valle d'Aosta era allora costituito dalla propaganda di alcuni gruppi locali a favore dell'annessione alla Francia, scelta che avrebbe, secondo Chabod, non solo danneggiato gravemente l'economia valdostana, ma anche vanificato ogni tensione autonomista, inserendo la Valle d'Aosta in uno stato tradizionalmente ancor più accentrato dell'Italia. La più valida alternativa era lavorare ad un progetto di Statuto speciale per la Valle d'Aosta, da far approvare al più presto dal Comitato di liberazione nazionale, Statuto che doveva diventare il modello di una nuova struttura dello Stato su basi regionali. La strategia di Chabod fu vincente, ma pagata ad un carissimo prezzo. Nominato vice-prefetto il 15 maggio 1945 e poi eletto il 10 gennaio 1946 primo presidente del Consiglio della Valle d'Aosta, Chabod riuscì nel duplice intento di bloccare i disegni annessionisti e di far approvare dall'Assemblea costituente lo Statuto speciale per la Valle d'Aosta. Ma il 26 marzo 1946 un gruppo di esagitati, durante una manifestazione popolare per il plebiscito, irruppe nel palazzo della prefettura devastò l'ufficio della presidenza e attentò alla sua stessa persona. Pur uscendo politicamente rafforzato dalle inconsulte violenze degli annessionisti, un'amarezza profonda rimase per sempre in lui. Ancora per qualche mese Chabod lavorò ai suoi antichi progetti, il traforo del Monte Bianco, il casinò di Saint- Vincent, un ideale di autonomia intesa non come privilegio, come chiuso particolarismo, ma come dovuto riconoscimento dei diritti di tutte le minoranze, cardine per una trasformazione istituzionale dello Stato e passo verso un'Europa dove le frontiere unissero i popoli. Poi, nonostante le molteplici attestazioni di stima, accolse la proposta di una cattedra all'Università di Roma e comunicò le irrevocabili dimissioni dalla carica di consigliere regionale. Dal dicembre del 1946, mai più indulgerà ai ricordi della drammatica parentesi politica, né cercherà di raccontare le vicende che l'avevano coinvolto. Non tornerà più nella sua Valle fino alla vigilia della morte, in una sorta di volontario e non ostentato esilio, confortato dal sollievo di essere finalmente libero dal peso della politica e di potersi interamente dedicare agli studi. Dall'autunno del 1946, diviso tra la cattedra dell'Università di Roma e la direzione dell'Istituto italiano di studi storici, la prestigiosa scuola storica napoletana creata da Benedetto Croce, Chabod poté riprendere gli studi abbandonati nel '43 e proseguire le ricerche avviate nell'anteguerra. Ma intanto, in un corso tenuto all'università di Parigi nel gennaio del 1950, colse anche l'occasione di fare i conti con la storia contemporanea e rimeditare, con il rigore dello storico, l'esperienza degli uomini della sua generazione. Nelle dispense francesi dattilografate, la cui traduzione italiana sarebbe stata pubblicata dopo la sua morte dall'editore Einaudi, Chabod tracciava un lucido e sintetico bilancio della storia italiana dal 1918 al 1948, che era nel contempo un ripensamento autobiografico e una legittimazione del ritorno dell'Italia, a fronte alta, nel concerto delle libere nazioni d'Europa. Le origini del fascismo affondavano, secondo Chabod, nella grave situazione economica e sociale dell'Italia del primo dopoguerra e nell'incapacità dei socialisti, dei cattolici popolari e soprattutto dei giolittiani, ancorati ai metodi parlamentari del primo Novecento, di comprendere e fronteggiare l'organizzazione militare squadristica e la spregiudicata tattica mussoliniana: “ Voi vedete dunque come nell'ascesa del fascismo giochi un insieme assai complesso di interessi e di passioni. Interessi di classe molto precisi, da parte dei grandi proprietari terrieri che vogliono spezzare la resistenza dei braccianti, e da parte degli industriali. Interessi che si mescolano a passioni e sentimenti: il patriottismo ferito, la paura di una rivoluzione dopo il settembre del 1920, il timore del disordine e dell'anarchia: motivi questi sentiti anche da coloro che non avrebbero molto da perdere da un cambiamento della struttura sociale. Sia dal punto di vista dei principi, sia da quello dell'organizzazione, il fascismo rappresenta una novità che non potrà essere assorbita nel sistema politico liberale e costituzionale. Non essersi accorti in tempo di questa pericolosa novità è il grave errore della maggioranza degli uomini che, fino a quel momento, sono stati alla testa della vita politica italiana".
Giunto al potere soprattutto per l'opportunismo di Facta, le compiacenze di alcuni capi dell'esercito, le simpatie della corte e le complicità del Partito liberale, il fascismo poté conservarsi al potere per vent'anni non solo grazie alla coercizione e alla sistematica eliminazione di ogni opposizione, ma anche per la sua capacità di catturare consensi all'interno e all'estero. Almeno fino al 1935, in tutta Europa, si lodava Mussolini per aver restituito l'ordine, fatti cessare gli scioperi e arrivare in orario i treni, risolto con un Concordato la questione romana e allentato i conflitti sociali con la Carta del lavoro e l'organizzazione delle corporazioni. I progetti imperialistici catturavano consensi soprattutto nella gioventù e il controllo statale dell'economia prometteva la soluzione della questione sociale. Il consenso si ruppe solo con la guerra d'Etiopia e l'ingresso in guerra, quando l' Italia si gettò nelle braccia di Hitler. Le leggi razziali ruppero allora l'idillio tra i cattolici e il regime, la potenza militare di cui s'era tanto parlato si rivelò un bluff sin dalle prime fasi della guerra. L'Italia fu trascinata nella catastrofe. Ed è significativo che per la prima volta la guerra non conobbe volontariato, non si rivisse l'entusiasmo delle guerre del Risorgimento, né la passione nazionale delle battaglie del Piave. Fu invece nelle file dell'antifascismo e della Resistenza che si ritrovò, dopo il '43, l'attivismo e la passione delle formazioni volontarie, una partecipazione della collettività alla rigenerazione della politica italiana. Chabod non nascondeva tuttavia anche i limiti dell'opera compiuta e i pericoli insiti nella continuità dello Stato, nella forza della burocrazia, nella permanenza di forme politiche tradizionali: "La forza enorme rappresentata dalla burocrazia, che è la continuità della tradizione, la forza del vecchio stato che è riuscita a mantenersi, soprattutto nel sud, riprende il controllo della situazione politica, dell'ordinamento pubblico. Quando ciò avviene si può dire che il periodo rivoluzionario è del tutto concluso. Politicamente esso termina, nell'insieme, col successo di coloro che possiamo chiamare i moderati, abbracciando con questo termine sia i liberali, che in seguito non avranno l'appoggio delle grandi masse popolari, sia i democristiani che al contrario usciranno vittoriosi dalla lotta elettorale. Ma quello che resta come patrimonio comune della Resistenza è la lotta popolare per la libertà. E' un fatto che resterà nella storia d'Italia." Le origini della Storia della politica estera italiana dal 1870 al 1898, destinata ad arrestarsi alle Premesse, risalivano al 1936 quando l'Istituto di Studi di politica internazionale aveva affidato a Carlo Morandi, Gioacchino Volpe, Augusto Torre e Federico Chabod il compito di scrivere, su basi documentarie nuove, una storia della politica estera italiana tra l'Unità e la prima guerra mondiale. Il dattiloscritto del lavoro aveva seguito il partigiano Lazzaro in tutte le sue avventure, segno che la drammatica rottura con il passato consumatasi nel 1943, riguardava sì il suo rapporto con le istituzioni, ma non coinvolgeva un'attività storiografica che egli continuava a sentire come una lezione di responsabilità e di libertà. Destinate a restare l'unico frammento compiuto del progetto, le Premesse costituiscono, insieme e forse ancor più della successiva Introduzione al Risorgimento di Walter Maturi, l'ultima grande riflessione di un gruppo di storici dalla formazione comune su quella categoria che un loro compagno severo e dal percorso diverso come Adolfo Omodeo aveva difeso dalla strumentalizzazione nazionalista e fascista. Le Premesse sono un libro classico dove l'impianto generale risente del confronto, più che con Croce, con i modelli della storiografia tedesca, dove le idee e le forze morali precedono le cose e gli uomini. In questo senso, rivendicando l'originalità della propria proposta di storia globale, che non serrava la ricostruzione della politica estera nei canoni ormai consunti della storia politico-diplomatica, Chabod prendeva altresì la distanza dal modello delle "Annales" come stava delineandosi soprattutto nella seconda generazione, e in particolare nella affascinante avventura del Mediterraneo all'epoca di Filippo II di Fernand Braudel: “So bene che buona parte della storiografia moderna disdegna l'uomo, come tale, e confondendo i pettegolezzi mondani con la ricostruzione morale e spirituale di una personalità, aborre dal cosidetto psicologismo, per correre dietro alle dottrine pure, alle pure strutture o a quell'ultimo meraviglioso portato di certa storiografia recentissima, le tavole statistiche, le percentuali, le medie, i grafici, tutte cose utilissime entro certi limiti, ma nelle quali, con qualche diagramma, e qualche notazione statistica, si vorrebbe racchiuso il segreto della storia. A leggere simili cose mi vien fatto sempre di pensare al bravo generale Chartier de Chalmot, da Anatole France effigiato mentre è intento a porre la sua divisione in schede: ogni fiche è un soldato, e il bravo generale manovra, dispone, comanda, studia piani tattici, mai assillato, nemmen per un attimo, dal dubbio che sul terreno, quella vera realtà che sono i suoi fanti in carne ed ossa possa reagire agli ordini in modo affatto imprevisto. Parecchi studiosi di storia sono oggi dei generali Chartier de Chalmot: e lasciamoli, dunque, al loro comandare truppe manovrando fiches. Con il che non si intende certo, nemmeno qui, ritornare alla cinquecentesca virtù del principe solo artefice di storia. Ma sì affermare che in una determinata situazione, l'opera del singolo uomo interviene sempre incidendo sul corso degli eventi, o che, mediocre, si lasci infine sommergere dagli eventi, o che, grande, riesca ad incanalarli in un certo modo, a farli svolgere con un ritmo piuttosto che un altro, a condurli verso certi sbocchi anziché altri, rallentando o spronando e, in ultima analisi, facendo sì che nella situazione ch'egli lascerà ai suoi successori rimanga impressa anche la sua orma, maggiore o minore. Questo è di volta in volta il segreto della storia." Molti e fondamentali sono i risultati di questo grande lavoro: gli echi della guerra franco-prussiana nell'opinione pubblica italiana; la ricostruzione complessa dell'idea di Roma, con il gioco degli archetipi tra passato e futuro, dall'immagine imperiale, destinata ad emergere per ultima, a quella papale, cui si era connesso il neo-guelfismo, a quella di una città della scienza, come nelle speranze di Quintino Sella; i gravi problemi economici, come l'arretratezza del sud e le scelte sociali di fondo, come il meccanismo elettorale ristretto, e infine ancora i protagonisti, colti nella loro individualità e insieme nel loro rapporto con identità più vaste, modi di essere collettivi che li coinvolgevano e li condizionavano nelle scelte. Continuità e insieme creativo sviluppo sembrano dominare la produzione storiografica dell'ultimo Chabod. Le ricerche sullo Stato di Milano del Cinquecento si sarebbero riproposte nelle pagine della Storia di Milano, destinate ad uscire l'anno dopo la morte. Nel 1958 uscirono sia le due grandi ricerche di storia economica sociale e amministrativa sugli Stipendi nominali e la busta paga effettiva dei funzionari milanesi e quella ancora su Usi ed abusi nella stessa amministrazione, sia la grande riflessione sullo Stato nel Rinascimento. Ritorna frequente, nel ricordo degli amici e dei testimoni del suo tempo, l'immagine di uno Chabod principe degli studi storici italiani. Il suo ruolo come organizzatore della cultura nel secondo dopoguerra e fino alla morte fu non solo grande, ma gli richiese un dispendio enorme di energie, che solo una volontà disincarnata ed assoluta poté fargli trovare quasi miracolosamente. Fu insieme direttore della "Rivista storica italiana", responsabile dell'Istituto italiano per gli studi storici, fondato da Benedetto Croce, presidente, dal 1955, della Società mondiale degli storici, direttore di alcune delle più importanti collane di storiografia, dalla "Biblioteca storica " delle Edizioni Scientifiche italiane, fondata a Napoli da Adolfo Omodeo, alla grande collezione einaudiana degli "Scrittori di storia". Postume erano destinate ad uscire, raccolte con amorosa e intelligente attenzione da Luigi Firpo, quelle Lezioni di metodo storico che egli aveva premesso ai suoi corsi universitari, insegnando un mestiere che era quello alto di Droysen, Croce, Meinecke, ma anche e soprattutto di Federico Chabod. Colpito da un male inesorabile, costretto ad abbandonare parte della sua opera organizzativa, ma fino all'ultimo impegnato nella ricerca e nelle conversazioni con i discepoli, Chabod moriva a Roma il 14 luglio 1960, dopo esser voluto salire, per un'ultima volta, a salutare le cime della sua Valsavarenche.
Italian Cultural Institute (Federico Chabod dedicò una parte rilevante del suo impegno, tra le sue
molteplici attività, anche all'organizzazione del dialogo tra gli
storici di tutto il mondo. Nel 1955 fu l'organizzatore del Convegno
internazionale a Roma che sotto l'egida del CISH raccolse un gran
numero di storici quando ancora l'eco della guerra mondiale rendeva
difficile lo scambio scientifico tra generazioni e schieramenti
politici divisi da esperienze laceranti. In occasione del Congresso CISH di Amsterdam è parso opportuno ricordare la figura di Chabod alla
platea degli storici convenuti da tutto il mondo a discutere delle
condizioni di lavoro di ricerca e comunicazione della storia. Qui di
seguito si riproduce il testo inglese della relazione presentata
all'istituto italiano di cultura il 23 agosto 2010 da Edoardo
Tortarolo)
It is a well-known paradox in Italian history that fairly conservative politicians and
intellectuals are remembered as innovators if not outright revolutionaries, while
alleged revolutionaries end up in Italian public memory being praised or blamed as
blindly attached to the preservation of the status quo, political social institutional or
intellectual. Federico Chabod, who passed away almost exactly 50 years ago, on July
14, 1960 at age 59 (he was born in Aosta in 1901), never thought of himself as a
revolutionary, but in hindsight acted as a highly innovative figure in the Italian
historiography from the 1920s through the 1950s. At the beginning of the 21st century
we are more aware of this paradox as the turmoil and impressive instability of the mid
20th century is even more firmly focused on than it was to those, like Chabod and his
fellow historians, who lived through those dramatic years. Chabod’s tragic irony was
nonetheless clear to a very distinguished historian who attended his funeral in Rome.
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