BIOGRAFIA

Approfondimenti biografici - biografia ampliata


Marco Cuaz e Giuseppe Ricuperati
- Federico Chabod. L’avventura intellettuale di un uomo europeo -
(Questo lavoro riproduce il testo della trasmissione televisiva “Chabod, l’avventura intellettuale di un uomo europeo”, realizzata dalla RAI III di Aosta.
Una versione ampliata, con le note, è stata pubblicata su “Quaderno di storia contemporanea”, Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea di Alessandria,15, 1994, pp. 7-31.)

Da Valsavarenche, in Valle d'Aosta, una piccola valle oggi al centro del Parco Nazionale del Gran Paradiso, a pochi chilometri dai confini con la Francia e con la Svizzera, dove il francese era ancora la prima lingua e l'italiano si imparava soltanto a scuola, partiva all'inizio del secolo l'avventura intellettuale di uno dei più grandi storici europei del Novecento, studioso della formazione dello Stato moderno, dell'idea di nazione e dell'idea di Europa, storico di Machiavelli, del Rinascimento e della politica estera italiana.

Federico Chabod era nato ad Aosta il 23 febbraio 1901. Il padre, notaio, discendeva da un'antica famiglia della Valsavarenche; la madre, di Ivrea, da una famiglia di funzionari e militari del regno di Sardegna. Dopo la morte prematura del padre, poté proseguire gli studi grazie ad una borsa di studio istituita da un lontano prozio e amministrata dal comune di Valsavarenche.

I primi studi, con brillanti risultati scolastici, Chabod li aveva compiuti nel Regio Ginnasio e Liceo di Aosta, in un momento di eccezionale fortuna della Scuola che raccoglieva l'élite valdostana. Mai come in quegli anni vi insegnarono professori di notevole statura intellettuale, come lo storico Umberto Santini, editore di statuti medievali, il letterato Francesco Niccolai, autore delle guide del Touring Club per il nord Italia, il filosofo Aurelio Pelano, studioso dell'empiriocriticismo. Alcuni di questi, convinti interventisti, morirono volontari al fronte, altri svolsero un ruolo importante nella intensa vita politica valdostana a cavallo della prima guerra mondiale. E sedevano sugli stessi banchi di scuola, accanto a tutta la futura classe dirigente valdostana, personaggi destinati ad un grande avvenire, come lo storico della letteratura Natalino Sapegno, il fisiologo Margaria, lo scenografo Giovanninetti.

Erano anni di grande fermento nella vita culturale e politica valdostana, in cui dalle battaglie per la difesa della lingua francese nasceva la cultura dell'autonomia. E il giovane Federico Chabod non rimaneva estraneo a quei fermenti. Ritroviamo la sua firma, in qualità di vice-presidente della sezione valdostana del Club Alpino Italiano, in calce ad alcuni dei documenti più significativi della "Ligue Valdôtaine" per la difesa della lingua francese. E le stesse riunioni del Club alpino italiano non costituivano in quegli anni, ad Aosta, un momento di puro interesse alpinistico, un interesse che pure assorbì molta parte delle energie del giovane Chabod; parlare di montagna, conoscerla, amarla, significava allora avvicinarsi ai temi della "piccola patria", della specificità della "civiltà alpina", delle frontiere e delle autonomie, proprio quei temi che Chabod avrebbe poi ripercorso, già ormai storico affermato, nelle appassionate lezioni sulla storia dell'idea di nazione e per i quali avrebbe dato tutto il suo impegno nella Resistenza e nell'immediato dopoguerra.

Chabod aveva iniziato gli studi universitari a Torino nel novembre del 1919, un anno difficile per la città e per il paese. La tradizione liberale e moderata doveva fare i conti con la nuova realtà dei partiti di massa; da un lato i cattolici, proprio allora identificati politicamente nel Partito Popolare, dall'altro i socialisti che avevano appena ottenuto una solida affermazione elettorale. Una minaccia sempre più consistente veniva dalla destra, dove alla tradizione nazionalistica che aveva potuto giocare la carta della vittoria mutilata, si affiancava l'aggressivo, anche se ancora minuscolo, movimento fascista. Proprio nella Torino di quegli anni si consumavano alcune delle esperienze politiche e culturali più significative del dopoguerra italiano: l'"Ordine nuovo", diretto da Antonio Gramsci, e le riviste del giovane Piero Gobetti, intorno alle quali si condensava il programma di una "Rivoluzione liberale".

La facoltà di Lettere rifletteva i contrasti e le tensioni del tempo. Fra i maestri più autorevoli spiccava per la storia antica Gaetano De Sanctis, cristiano, ma insieme profondo assertore della libertà e dei valori della tradizione umanistica, che avrebbe combattuto a Torino una coraggiosa battaglia per difendere le istituzioni culturali dalla retorica del nazionalismo, impersonificata dal docente di letteratura italiana, Vittorio Cian, futuro aggressivo sostenitore del fascismo torinese. C'era poi lo storico dell'arte Lionello Venturi, reduce dalla guerra combattuta da volontario per una scelta di interventismo che aveva voluto il giovane paese accanto alle democrazie liberali e contro gli Imperi autoritari.

Fra gli storici emergeva la figura di Pietro Egidi, direttore della "Rivista storica italiana", grande amico di Venturi e come lui punto di riferimento dei giovani novatori. In occasione della sua morte improvvisa, nel 1929, durante una gita in montagna, a Courmayeur, Chabod ne tracciava un commosso ritratto che ripercorreva non solo le fila della sua proposta storiografica, ma anche il significato profondamente umano della sua lezione:

"L'arricchimento del suo spirito lo conduceva alla storia politica, nell'ampio senso della parola: dove si risolvessero la sua sensibilità artistico-letteraria, la sua finezza psicologica, la sua dottrina economica. Era cioè la piena maturità dello studioso che, formatosi lentamente e severamente attraverso il lavoro sulle fonti e sui documenti, passato attraverso l'analisi dei fatti economici, giunge infine a vedere l'unità complessiva".

Chabod rievocava ancora il clima di quelle lezioni e di quei seminari che vertevano su temi diversi, dalle origini dei comuni, alle interpretazioni di Machiavelli, ai moti del 1821:

"I giovani gli si affezionavano e, una volta avvicinato, non se ne staccavano più. Potevano anche andare assai lontano, abbandonare per sempre l'università, il suo cortile, quel porticato sotto cui tante volte, al finir delle lezioni, avevano passeggiato col loro maestro, conversando. Ma a tutti, anche a quelli che non avevano atteso a speciali studi sotto la sua guida, rimaneva incancellabile il ricordo di lui, della sua voce, del suo sguardo....

Altra volta si trattavano questioni attinenti alla storia dei comuni italiani: ed a me parvero così nuove e così fini le osservazioni che egli faceva che non potei trattenermi dal dirgli: e perché non le scrive tutte queste cose? Sorrise e crollò un poco il capo. Poche volte, come quel giorno, compresi come egli fosse veramente gran signore, di animo e di mente; gran signore che dona e sdegna di cercare il frutto del suo lavoro. Era veramente il suo un dono continuo..."

In questo intenso rapporto culturale ed affettivo maturava la vicenda della tesi di laurea. A lavorare intorno a Machiavelli Chabod era stato indotto da motivi apparentemente esterni: la rinuncia di Egidi a curare un'edizione del Principe per la collana dei classici UTET e la sua designazione a sostituirlo mentre andava preparando una tesi d'altro argomento sull'origine delle Signorie. Quello che doveva essere un lavoro occasionale lo prese a tal punto che la breve introduzione richiesta divenne uno studio così ampio da essere rifiutato dal direttore di quella collana, Gustavo Balsamo Crivelli. La contrarietà si risolse tuttavia in una fortuna, poiché la mancata introduzione divenne la sua tesi di laurea e un suo breve compendio una fortunata e succosa presentazione dell'operetta machiavelliana che si allontanava, come ebbe a segnalare Benedetto Croce sulle pagine della "Critica", non solo dalle interpretazioni positiviste, ma anche dall'immagine emergente nella cultura nazionalista e fascista di un Machiavelli apologeta indiscriminato della forza.

Proprio Machiavelli e i problemi del Rinascimento dovevano condurre Chabod a Berlino, alla grande scuola storiografica di Friedrick Meinecke. Lo storico valdostano poteva così osservare direttamente, dopo il crollo del liberalismo in Italia, anche la crisi della repubblica di Weimar, alla quale il grande storico tedesco era legato, fino a subire la violenza degli studenti nazionalisti. In Germania Chabod ritrovava gli stessi problemi a cui Croce in Italia aveva tentato di dare una risposta: il rapporto tra morale e politica, fra Ethos, l'azione secondo la giustificazione morale, e Kratos, l'azione secondo l'impulso della forza. L'idea della "Ragion di Stato", oggetto del grande studio di Meinecke, diventava tema centrale di una cultura liberale alla ricerca di un nuovo equilibrio fra natura e spirito, fra forza naturale e forza etica. Un interesse che in Chabod era destinato a lievitare negli anni Trenta, culminato nello studio sul massimo teorico italiano della Ragion di Stato: il gesuita piemontese Giovanni Botero.

Un'altra esperienza fondamentale di questi anni di alto apprendistato fu legata all'esplorazione degli archivi di Simancas. Era un'impresa coordinata da Pietro Egidi e sostenuta dai finanziamenti di Riccardo Gualino, un industriale torinese legato all'industria tessile che, attraverso il suo mecenatismo verso intellettuali ed artisti, cercava di conservare a Torino una dimensione culturale moderna ed europea, destinata ad alimentare una sorta di singolare fronda nei confronti del regime fascista. Nelle ricerche di Simancas si può ritrovare non solo la radice per la ricostruzione della Lombardia al tempo di Carlo V, ma anche l'interesse per i meccanismi di quello Stato del Rinascimento di cui Chabod avrebbe scritto autorevolmente nel ventennio successivo.

Simancas fu anche l'occasione per l'incontro con un giovane storico francese mandato dai suoi maestri della Sorbonne a studiare Filippo II e il mediterraneo, il quale, nel giro del prossimo ventennio avrebbe clamorosamente rovesciato l'ipotesi: non l'uomo e lo spazio, ma viceversa. Si tratta naturalmente di Fernand Braudel che ci ha lasciato una testimonianza molto viva non solo del primo incontro, ma dell'intero progetto italiano:

"Lo studio da parte di un gruppo di storici degli archivi spagnoli era indispensabile per la conoscenza del XVI secolo italiano, che si trattasse di Napoli o di Milano, o dello Stato sabaudo. Ciascuno vi trovava la sua impegnativa parte. Artigiano della prima ora, Vittorio di Tocco, l'anno precedente era morto di tifo a Simancas. Federico Chabod lo rimpiazzava; la sua parte era la Lombardia. Nino Cortese sarebbe venuto più tardi, al servizio del regno di Napoli. Che magnifica équipe!"

Dalle ricerche di Simancas e dal successivo allargamento dell'esplorazione archivistica a Milano, Venezia, Parigi, Bruxelles, Roma, Vienna, nacquero i lavori del 1934 intorno a Lo Stato di Milano nell'impero di Carlo V, e alla Vita religiosa a Milano nel Cinquecento, lavori nei quali lo storico valdostano affrontava i grandi temi della formazione dello Stato moderno, della persistenza degli ideali imperiali, le dimensioni complesse della vita religiosa, il confronto fra il potere laico e quello ecclesiastico. Ma il senso di quella esperienza e più in generale di tutti gli incontri che appartengono a questa straordinaria avventura di formazione, appaiono evidenti nei contributi di quegli anni all'Enciclopedia italiana che, se permettono di riconoscere temi ed esperienze dei suoi maestri, rivelano ormai una profonda e creativa autonomia. E' il caso degli studi sulla crisi del Rinascimento italiano, quando tramontano i "sentimenti decisi e prepotenti", decade "l'entusiasmo morale" e gli intellettuali italiani sembrano rinunciare "a far delle loro idee motivo di religione", in particolare delle voci dell'Enciclopedia su Guicciardini, Machiavelli e del libro su Giovanni Botero dove emergono i grandi temi che accompagneranno tutta l'opera di Federico Chabod: il concetto di Rinascimento, il rapporto fra teoria e prassi nella formazione dello Stato moderno (ancora sempre il confronto fra ethos e kratos) e la complessa e ancora implicita connessione fra istituzioni e vita religiosa.

La prima riflessione dedicata all'interpretazione del Rinascimento era quella che il giovane storico aveva offerto a Varsavia al VII° Congresso internazionale della Scienze storiche nel 1933. Le tesi classiche di Burckhardt e di Michelet, che avevano enfatizzato la frattura fra Medioevo e Rinascimento, facendo di quest'ultima una grande categoria d'epoca, qualcosa che definiva insieme tempo, spazio e civiltà, avevano subìto non solo l'attacco frontale di Conrad Burdach, il filologo che individuava una continuità fra medioevo e riforma religiosa, cancellando di fatto il Rinascimento, ma anche l'implicita polemica delle culture nazionali che reagivano ad un modello fondato sugli spazi italiani e l'offensiva dei medievisti che tendevano a sfondare un concetto di frontiera per la loro disciplina, individuando "rinascite" nei secoli bui o "autunni del medioevo" nel XV secolo. In questo dibattito Chabod si schierava appassionatamente per la difesa dell'autonomia del concetto di Rinascimento e della frattura rispetto al medioevo, una scelta individuata storiograficamente nei saggi di quegli anni e ripresa, senza sostanziali cedimenti, anche nei lavori del secondo dopoguerra.

Intanto Chabod era divenuto redattore, per la storia medievale e moderna, dell'Enciclopedia italiana, diretta da Giovanni Gentile, e aveva preso parte attiva ai lavori della Scuola di storia moderna e contemporanea, diretta a Roma da Gioacchino Volpe. Nel 1935 fu nominato professore universitario all'Università di Perugia e, nel 1938, chiamato alla facoltà di Lettere dell'Università di Milano. Il confronto con gli storici e le istituzioni del fascismo fu un alto prezzo pagato in misure e tempi diversi da uomini che avevano soprattutto la volontà di realizzarsi come storici. E in Chabod giocava la volontà e la necessità di utilizzare le istituzioni culturali del regime per far non soltanto sopravvivere, ma emergere a pieno, una vocazione storiografica ormai preminente. Qualsiasi altra strada lo avrebbe portato alla marginalizzazione o al silenzio, un prezzo che Chabod non era disposto a pagare. Un altro grande storico di formazione liberale, Arnaldo Momigliano, rievocava il clima di quegli ambienti romani, così diversi dell'esperienza antifascista della Torino gobettiana:

"A Roma, almeno nella facoltà di lettere e nelle varie scuole storiche e archeologiche, siffatti urti e trapassi violenti non si conoscevano più. Gli antifascisti dichiarati, come Giorgio Levi Della Vida, formavano una piccola minoranza. Quaglioni, Fedele e Volpe che controllavano le scuole, e Gentile che, con l'Encliclopedia, provvedeva a tutti uno stipendio, o un supplemento di stipendio, non chiedevano e nemmeno desideravano, che si diventasse fascisti. All'Enciclopedia, prima del 1933, gli iscritti al fascio dovevano potersi contare con una mano sola. La realtà ovvia era che, per lo stesso fatto di entrare nell'Università, nelle scuole storiche e nell'Enciclopedia, ci si inseriva in organismi fascisti, dove l'imbarazzo era costante e la cautela diventava abito. Il motto che Croce ci dava il pane spirituale e Gentile ci dava il pane materiale ricorse allora più di una volta in conversazione".

Il terreno su cui si muoveva la storiografia chabodiana, il Rinascimento, la formazione dello stato moderno, la storia della politica estera italiana, rimaneva un terreno di confine

fra liberalismo e nazionalismo, capace di far sopravvivere, attraverso il confronto con l'ethos, una dignità della storia destinata ad andare oltre alle bonifiche fasciste della cultura e dell'università. La crisi doveva venire più tardi, dopo la morte di Nello Rosselli, dopo la politica razziale, che cancellava una grande presenza intellettuale nell'Università, ma soprattutto dalle prime avvisaglie del conflitto mondiale. A differenza di Delio Cantimori che, dopo un percorso forse più tortuoso, aveva scelto come terreno gli eretici e la loro lezione di non conformismo e di libertà, Chabod aveva interrogato sempre i momenti alti della storia italiana ed europea, dal Rinascimento al Risorgimento. Ed su questo terreno, con i corsi sull'idea di Europa e di nazione, Chabod avrebbe rotto una lunga ambiguità. Finiva il nicodemismo e la dissimulazione onesta del lungo viaggio nelle istituzioni del fascismo e cominciava a formarsi, con l'inevitabile idea di resurrezione, l'anima del partigiano Lazzaro.

Nell'Italia devastata dalla guerra, mentre maturava la sua scelta di antifascista militante, nell'ultimo corso tenuto all'Università di Milano nel 1943-44, Chabod si pose al centro dei problemi politici e culturali dell'Europa di quegli anni. Come nacquero, crebbero e si svilupparono le idee di patria, di nazione, di Europa? Come venne a corrompersi un'idea di nazione nata come esigenza di libertà? Come poteva conciliarsi lo Stato nazionale con entità superiori come l'Europa e l'umanità?

Secondo Chabod l'idea di nazione era nata all'interno della cultura romantica, nell'affermazione del sentimento di individualità contro le tendenze cosmopolite e universalizzanti del Settecento. Era il frutto della rivolta della fantasia e del sentimento contro la ragione degli illuministi, della singolarità di ogni popolo, con le sue tradizioni, contro le leggi astratte, valide per tutti i popoli. All'idea di patria si richiamarono dapprima gli Svizzeri, nei primi decenni del Settecento, che si appellavano alle antiche libertà, allo spirito patriarcale, all'onestà degli antichi costumi, contro l'egemonia della Francia e la corruzione dei moderni costumi. Poi fu il grido di tutta Europa (l’Europa) contro le armate napoleoniche:

"Il secolo XIX conosce quel che il Settecento ignorava: le passioni nazionali. E la politica, che nel Settecento era apparsa come un'arte, tutta calcolo, ponderazione, equilibrio, sapienza, tutta razionalità e niente passione, diviene con l'Ottocento assai più tumultuosa, torbida e passionale, acquista l'impeto, starei per dire il fuoco delle grandi passioni; diviene passione trascinante e fanatizzante com'erano state un tempo le passioni religiose...

La politica acquista pathos religioso; e sempre più, con il procedere del secolo e con l'inizio del secolo XX: ciò spiega il furore delle grandi conflagrazioni moderne...

La nazione diviene la nuova divinità del mondo moderno. Nuova divinità e come tale sacra. E' questa la grande novità che scaturisce dalla rivoluzione francese e dall'Impero".

Anche in Germania, secondo Chabod, l'idea di nazione era nata dal desiderio di difendere le antiche libertà germaniche, prima contro la tirannia della Roma papale e poi contro la preponderanza politica e culturale della Francia, ma, dalla considerazione della nazione come fatto naturale, si era passati alla chiusura e alla ostilità per lo straniero, alla celebrazione della superiorità razziale. Una strada ben diversa da quella italiana, dove nazionalità aveva significato riconoscimento di un diritto comune, un fine comune, un "plebiscito di tutti i giorni", la volontà di un popolo sempre legata all'idea della libertà politica. Era questo il largo respiro europeistico della predicazione mazziniana; Garibaldi e i patrioti italiani non combatterono solo per l'Italia, ma per tutte le nazionalità oppresse.

Oggi la nazione, concludeva Chabod, da fatto culturale, era divenuta fatto politico; dopo aver faticato ad affermarsi contro i tutori del "diritto pubblico europeo", aveva finito, drammaticamente, col rifiutare ogni diritto pubblico, col negare l'equilibrio dell'Europa. Il sorgere dei nazionalismi aveva portato all'esasperarsi del senso nazionale, ad allontanare ogni altro sentimento europeo ed umanitario.

Era facile scorgere dietro alla condanna di Bismarck e del pangermanesimo prussiano, l'ombra di Hitler e la drammatica alternativa posta dal conflitto mondiale: una libera comunità di popoli in un equilibrato concerto di nazioni o un'incombente unità sotto una cupa dittatura germanica.

L'idea di Europa costituiva per Chabod il complemento dell'idea di nazione. Nella seconda parte del corso universitario del 43-44, Chabod si domandava quando gli uomini abitanti in terra europea avevano incominciato a pensare se stessi e la propria terra come qualcosa di essenzialmente diverso, per costumi, sentimenti, pensieri, dagli uomini abitanti in altre terre. Quando l'Europa incominciò a disegnare non soltanto un complesso geografico, ma un fattore morale, politico, religioso, artistico? E quali lineamenti morali le furono attribuiti, come propri di essa e di essa sola?

Secondo Chabod la prima contrapposizione tra l'Europa e l'Asia fu opera del pensiero greco tra le guerre persiane e l'età di Alessandro Magno. L'Europa era la terra della libertà, l'Asia del dispotismo, gli europei si reggevano seconde leggi, gli asiatici vivevano in sudditanza e in servitù. Ma altre contrapposizioni, romano-barbaro, cristiano-pagano, franco e latino, avevano reso per lungo tempo infeconda quell'idea embrionale di Europa. Il senso di una identità culturale era rinata nel Rinascimento: era l'Europa dei dotti che, nonostante le guerre e le fratture, realizzavano nella libertà e nella tolleranza la "Repubblica delle lettere". Di fronte all'esplorazione di nuovi mondi l'Europa avrebbe meglio delineato i propri caratteri, in contrapposizione non solo all'Asia musulmana, ma alla Cina, all'America, all'Africa. Nel Settecento era forte la coscienza della diversità dell'Europa: alla febbre del lavoro, all'attività incessante, veniva contrapposta la placidità e l'inerzia dell'Oriente. L'occidente, come Ulisse, aveva lanciato la sua nave oltre le colonne d'Ercole. Senonché, proprio mentre il senso europeo si affermava così profondamente, ecco il sorgere di voci contrastanti. Contro l'europeismo settecentesco si affermava l'idea di nazione e l'erompere dei nazionalismi avrebbe tolto al sentire europeo gran parte della sua forza:

“Perfino la grande società degli spiriti, la Repubblica delle lettere, si scisse sotto la pressione delle passioni nazionali, e là dove prima gli uomini di alta cultura e alto ingegno s'erano generalmente sentiti europei, poi si sentirono anzitutto, anzi, spesso esclusivamente, francesi, italiani, tedeschi. I chierici del mondo moderno, cioè gli uomini di studio, per dirla con Julien Benda, divennero anch'essi uomini di parte e, anziché all'avvento di una grande comunità spirituale europea, lavorarono spesso a dissolvere, per lasciar sussistere soltanto la nuova divinità, il singolo Stato lanciato sulla via della conquista, proprio sulla via che al senso europeo degli uomini del Settecento era apparsa come la via del male".

Mentre Chabod rifletteva sul significato storico delle idee di Europa e di nazione, nel dicembre del 1943, si riunivano clandestinamente a Chivasso alcuni rappresentanti delle valli alpine occidentali per redigere una dichiarazione congiunta che ponesse le basi del futuro destino delle regioni confinarie. Chabod non prese parte a quel piccolo convegno, ma fece pervenire un testo preliminare, in cui rivendicava non solo l'autonomia linguistica e amministrativa delle valli bilingui, ma indicava nella creazione di uno stato a largo decentramento amministrativo il quadro politico della nuova Italia e nelle autonomie regionali un mezzo per eliminare "gli attriti delle zone di frontiera, impedendo il sorgere degli irredentismi". Contro le ipotesi annessioniste che circolavano nella sua Valle d'Aosta, Chabod interveniva per indicare una prospettiva diversa dal cambiare patria: la creazione di un'Italia e di una Europa libera, rispettose delle minoranze e capace di trasformare le frontiere da elemento che divide in un momento di incontro e di unione dei popoli.

Sotto la spinta degli avvenimenti dell'inverno del '44 Chabod maturava la scelta radicale di abbandonare la storia, l'insegnamento e la ricerca per gettarsi nella militanza politica e abbracciare le armi. All'amico Sestan scriveva il 2 febbraio 1944:

’’Se vorremo potremo risorgere, ed è dovere innanzitutto di noi, uomini di studio, di lavorare perché questo volere ci sia, nei giovani almeno a cui è affidato un compito arduo. Avanti quindi con coraggio e fede: io non ho mai perso né l'uno né l'altra; e se faccio lezione quest'anno è proprio e soltanto perché so di avere un grave compito da assolvere e una grave responsabilità da sostenere, che cerco di assolvere e di sostenere nel modo migliore consentito dalle circostanze. Dunque animo e animo sempre! E che quando ci si riveda si possa, abbracciandoci, dire tutti di aver fatto quel che ci toccava di fare.

Io non voglio avere più nulla a che fare, nemmeno per via indiretta, con Giovanni Gentile: e prendo una posizione netta e chiara... ragioni più alte oggi devono additare la via... a ricostruire su altre basi e con altra gente penserò poi".

Raccolte le carte preparatorie per la Storia della politica estera italiana, assunto il nome di battaglia di Lazzaro, allusivo ad una resurrezione, Chabod fece ritorno a Valsavarenche, arruolandosi nella banda partigiana guidata dal cugino Remo. Iscrittosi al Partito d'Azione ottenne l'incarico di presiedere la sezione valdostana del Comitato di liberazione nazionale. Nonostante la richiesta di Ugo la Malfa, declinò l'invito a trasferirsi al CLN romano:

"Non posso ora abbandonare il mio posto. I miei desideri personali, come i miei interessi devono passare in seconda, in terza linea... Non posso pronunciare il nunc dimitte finché non veda sventolare in Aosta liberata, e per sempre, il tricolore dell'Italia libera. Quel giorno, cacciati i tedeschi e i fascisti, messo a posto le cose, farò le mie valigie e tornerò agli studi per non staccarmene mai più."

Il maggiore problema per la Valle d'Aosta era allora costituito dalla propaganda di alcuni gruppi locali a favore dell'annessione alla Francia, scelta che avrebbe, secondo Chabod, non solo danneggiato gravemente l'economia valdostana, ma anche vanificato ogni tensione autonomista, inserendo la Valle d'Aosta in uno stato tradizionalmente ancor più accentrato dell'Italia. La più valida alternativa era lavorare ad un progetto di Statuto speciale per la Valle d'Aosta, da far approvare al più presto dal Comitato di liberazione nazionale, Statuto che doveva diventare il modello di una nuova struttura dello Stato su basi regionali.

La strategia di Chabod fu vincente, ma pagata ad un carissimo prezzo. Nominato vice-prefetto il 15 maggio 1945 e poi eletto il 10 gennaio 1946 primo presidente del Consiglio della Valle d'Aosta, Chabod riuscì nel duplice intento di bloccare i disegni annessionisti e di far approvare dall'Assemblea costituente lo Statuto speciale per la Valle d'Aosta. Ma il 26 marzo 1946 un gruppo di esagitati, durante una manifestazione popolare per il plebiscito, irruppe nel palazzo della prefettura devastò l'ufficio della presidenza e attentò alla sua stessa persona. Pur uscendo politicamente rafforzato dalle inconsulte violenze degli annessionisti, un'amarezza profonda rimase per sempre in lui. Ancora per qualche mese Chabod lavorò ai suoi antichi progetti, il traforo del Monte Bianco, il casinò di Saint- Vincent, un ideale di autonomia intesa non come privilegio, come chiuso particolarismo, ma come dovuto riconoscimento dei diritti di tutte le minoranze, cardine per una trasformazione istituzionale dello Stato e passo verso un'Europa dove le frontiere unissero i popoli. Poi, nonostante le molteplici attestazioni di stima, accolse la proposta di una cattedra all'Università di Roma e comunicò le irrevocabili dimissioni dalla carica di consigliere regionale. Dal dicembre del 1946, mai più indulgerà ai ricordi della drammatica parentesi politica, né cercherà di raccontare le vicende che l'avevano coinvolto. Non tornerà più nella sua Valle fino alla vigilia della morte, in una sorta di volontario e non ostentato esilio, confortato dal sollievo di essere finalmente libero dal peso della politica e di potersi interamente dedicare agli studi.

Dall'autunno del 1946, diviso tra la cattedra dell'Università di Roma e la direzione dell'Istituto italiano di studi storici, la prestigiosa scuola storica napoletana creata da Benedetto Croce, Chabod poté riprendere gli studi abbandonati nel '43 e proseguire le ricerche avviate nell'anteguerra. Ma intanto, in un corso tenuto all'università di Parigi nel gennaio del 1950, colse anche l'occasione di fare i conti con la storia contemporanea e rimeditare, con il rigore dello storico, l'esperienza degli uomini della sua generazione. Nelle dispense francesi dattilografate, la cui traduzione italiana sarebbe stata pubblicata dopo la sua morte dall'editore Einaudi, Chabod tracciava un lucido e sintetico bilancio della storia italiana dal 1918 al 1948, che era nel contempo un ripensamento autobiografico e una legittimazione del ritorno dell'Italia, a fronte alta, nel concerto delle libere nazioni d'Europa. Le origini del fascismo affondavano, secondo Chabod, nella grave situazione economica e sociale dell'Italia del primo dopoguerra e nell'incapacità dei socialisti, dei cattolici popolari e soprattutto dei giolittiani, ancorati ai metodi parlamentari del primo Novecento, di comprendere e fronteggiare l'organizzazione militare squadristica e la spregiudicata tattica mussoliniana:

“ Voi vedete dunque come nell'ascesa del fascismo giochi un insieme assai complesso di interessi e di passioni. Interessi di classe molto precisi, da parte dei grandi proprietari terrieri che vogliono spezzare la resistenza dei braccianti, e da parte degli industriali. Interessi che si mescolano a passioni e sentimenti: il patriottismo ferito, la paura di una rivoluzione dopo il settembre del 1920, il timore del disordine e dell'anarchia: motivi questi sentiti anche da coloro che non avrebbero molto da perdere da un cambiamento della struttura sociale.

Sia dal punto di vista dei principi, sia da quello dell'organizzazione, il fascismo rappresenta una novità che non potrà essere assorbita nel sistema politico liberale e costituzionale. Non essersi accorti in tempo di questa pericolosa novità è il grave errore della maggioranza degli uomini che, fino a quel momento, sono stati alla testa della vita politica italiana".

Giunto al potere soprattutto per l'opportunismo di Facta, le compiacenze di alcuni capi dell'esercito, le simpatie della corte e le complicità del Partito liberale, il fascismo poté conservarsi al potere per vent'anni non solo grazie alla coercizione e alla sistematica eliminazione di ogni opposizione, ma anche per la sua capacità di catturare consensi all'interno e all'estero. Almeno fino al 1935, in tutta Europa, si lodava Mussolini per aver restituito l'ordine, fatti cessare gli scioperi e arrivare in orario i treni, risolto con un Concordato la questione romana e allentato i conflitti sociali con la Carta del lavoro e l'organizzazione delle corporazioni. I progetti imperialistici catturavano consensi soprattutto nella gioventù e il controllo statale dell'economia prometteva la soluzione della questione sociale. Il consenso si ruppe solo con la guerra d'Etiopia e l'ingresso in guerra, quando l' Italia si gettò nelle braccia di Hitler. Le leggi razziali ruppero allora l'idillio tra i cattolici e il regime, la potenza militare di cui s'era tanto parlato si rivelò un bluff sin dalle prime fasi della guerra. L'Italia fu trascinata nella catastrofe. Ed è significativo che per la prima volta la guerra non conobbe volontariato, non si rivisse l'entusiasmo delle guerre del Risorgimento, né la passione nazionale delle battaglie del Piave. Fu invece nelle file dell'antifascismo e della Resistenza che si ritrovò, dopo il '43, l'attivismo e la passione delle formazioni volontarie, una partecipazione della collettività alla rigenerazione della politica italiana. Chabod non nascondeva tuttavia anche i limiti dell'opera compiuta e i pericoli insiti nella continuità dello Stato, nella forza della burocrazia, nella permanenza di forme politiche tradizionali:

"La forza enorme rappresentata dalla burocrazia, che è la continuità della tradizione, la forza del vecchio stato che è riuscita a mantenersi, soprattutto nel sud, riprende il controllo della situazione politica, dell'ordinamento pubblico. Quando ciò avviene si può dire che il periodo rivoluzionario è del tutto concluso. Politicamente esso termina, nell'insieme, col successo di coloro che possiamo chiamare i moderati, abbracciando con questo termine sia i liberali, che in seguito non avranno l'appoggio delle grandi masse popolari, sia i democristiani che al contrario usciranno vittoriosi dalla lotta elettorale. Ma quello che resta come patrimonio comune della Resistenza è la lotta popolare per la libertà. E' un fatto che resterà nella storia d'Italia."

Le origini della Storia della politica estera italiana dal 1870 al 1898, destinata ad arrestarsi alle Premesse, risalivano al 1936 quando l'Istituto di Studi di politica internazionale aveva affidato a Carlo Morandi, Gioacchino Volpe, Augusto Torre e Federico Chabod il compito di scrivere, su basi documentarie nuove, una storia della politica estera italiana tra l'Unità e la prima guerra mondiale. Il dattiloscritto del lavoro aveva seguito il partigiano Lazzaro in tutte le sue avventure, segno che la drammatica rottura con il passato consumatasi nel 1943, riguardava sì il suo rapporto con le istituzioni, ma non coinvolgeva un'attività storiografica che egli continuava a sentire come una lezione di responsabilità e di libertà. Destinate a restare l'unico frammento compiuto del progetto, le Premesse costituiscono, insieme e forse ancor più della successiva Introduzione al Risorgimento di Walter Maturi, l'ultima grande riflessione di un gruppo di storici dalla formazione comune su quella categoria che un loro compagno severo e dal percorso diverso come Adolfo Omodeo aveva difeso dalla strumentalizzazione nazionalista e fascista. Le Premesse sono un libro classico dove l'impianto generale risente del confronto, più che con Croce, con i modelli della storiografia tedesca, dove le idee e le forze morali precedono le cose e gli uomini. In questo senso, rivendicando l'originalità della propria proposta di storia globale, che non serrava la ricostruzione della politica estera nei canoni ormai consunti della storia politico-diplomatica, Chabod prendeva altresì la distanza dal modello delle "Annales" come stava delineandosi soprattutto nella seconda generazione, e in particolare nella affascinante avventura del Mediterraneo all'epoca di Filippo II di Fernand Braudel:

“So bene che buona parte della storiografia moderna disdegna l'uomo, come tale, e confondendo i pettegolezzi mondani con la ricostruzione morale e spirituale di una personalità, aborre dal cosidetto psicologismo, per correre dietro alle dottrine pure, alle pure strutture o a quell'ultimo meraviglioso portato di certa storiografia recentissima, le tavole statistiche, le percentuali, le medie, i grafici, tutte cose utilissime entro certi limiti, ma nelle quali, con qualche diagramma, e qualche notazione statistica, si vorrebbe racchiuso il segreto della storia. A leggere simili cose mi vien fatto sempre di pensare al bravo generale Chartier de Chalmot, da Anatole France effigiato mentre è intento a porre la sua divisione in schede: ogni fiche è un soldato, e il bravo generale manovra, dispone, comanda, studia piani tattici, mai assillato, nemmen per un attimo, dal dubbio che sul terreno, quella vera realtà che sono i suoi fanti in carne ed ossa possa reagire agli ordini in modo affatto imprevisto. Parecchi studiosi di storia sono oggi dei generali Chartier de Chalmot: e lasciamoli, dunque, al loro comandare truppe manovrando fiches. Con il che non si intende certo, nemmeno qui, ritornare alla cinquecentesca virtù del principe solo artefice di storia. Ma sì affermare che in una determinata situazione, l'opera del singolo uomo interviene sempre incidendo sul corso degli eventi, o che, mediocre, si lasci infine sommergere dagli eventi, o che, grande, riesca ad incanalarli in un certo modo, a farli svolgere con un ritmo piuttosto che un altro, a condurli verso certi sbocchi anziché altri, rallentando o spronando e, in ultima analisi, facendo sì che nella situazione ch'egli lascerà ai suoi successori rimanga impressa anche la sua orma, maggiore o minore. Questo è di volta in volta il segreto della storia."

Molti e fondamentali sono i risultati di questo grande lavoro: gli echi della guerra franco-prussiana nell'opinione pubblica italiana; la ricostruzione complessa dell'idea di Roma, con il gioco degli archetipi tra passato e futuro, dall'immagine imperiale, destinata ad emergere per ultima, a quella papale, cui si era connesso il neo-guelfismo, a quella di una città della scienza, come nelle speranze di Quintino Sella; i gravi problemi economici, come l'arretratezza del sud e le scelte sociali di fondo, come il meccanismo elettorale ristretto, e infine ancora i protagonisti, colti nella loro individualità e insieme nel loro rapporto con identità più vaste, modi di essere collettivi che li coinvolgevano e li condizionavano nelle scelte.

Continuità e insieme creativo sviluppo sembrano dominare la produzione storiografica dell'ultimo Chabod. Le ricerche sullo Stato di Milano del Cinquecento si sarebbero riproposte nelle pagine della Storia di Milano, destinate ad uscire l'anno dopo la morte. Nel 1958 uscirono sia le due grandi ricerche di storia economica sociale e amministrativa sugli Stipendi nominali e la busta paga effettiva dei funzionari milanesi e quella ancora su Usi ed abusi nella stessa amministrazione, sia la grande riflessione sullo Stato nel Rinascimento. Ritorna frequente, nel ricordo degli amici e dei testimoni del suo tempo, l'immagine di uno Chabod principe degli studi storici italiani. Il suo ruolo come organizzatore della cultura nel secondo dopoguerra e fino alla morte fu non solo grande, ma gli richiese un dispendio enorme di energie, che solo una volontà disincarnata ed assoluta poté fargli trovare quasi miracolosamente. Fu insieme direttore della "Rivista storica italiana", responsabile dell'Istituto italiano per gli studi storici, fondato da Benedetto Croce, presidente, dal 1955, della Società mondiale degli storici, direttore di alcune delle più importanti collane di storiografia, dalla "Biblioteca storica " delle Edizioni Scientifiche italiane, fondata a Napoli da Adolfo Omodeo, alla grande collezione einaudiana degli "Scrittori di storia". Postume erano destinate ad uscire, raccolte con amorosa e intelligente attenzione da Luigi Firpo, quelle Lezioni di metodo storico che egli aveva premesso ai suoi corsi universitari, insegnando un mestiere che era quello alto di Droysen, Croce, Meinecke, ma anche e soprattutto di Federico Chabod.

Colpito da un male inesorabile, costretto ad abbandonare parte della sua opera organizzativa, ma fino all'ultimo impegnato nella ricerca e nelle conversazioni con i discepoli, Chabod moriva a Roma il 14 luglio 1960, dopo esser voluto salire, per un'ultima volta, a salutare le cime della sua Valsavarenche.

Italian Cultural Institute
Amsterdam August 23, 2010

Edoardo Tortarolo
Federico Chabod: an Italian historian

(Federico Chabod dedicò una parte rilevante del suo impegno, tra le sue molteplici attività, anche all'organizzazione del dialogo tra gli storici di tutto il mondo. Nel 1955 fu l'organizzatore del Convegno internazionale a Roma che sotto l'egida del CISH raccolse un gran numero di storici quando ancora l'eco della guerra mondiale rendeva difficile lo scambio scientifico tra generazioni e schieramenti politici divisi da esperienze laceranti. In occasione del Congresso CISH di Amsterdam è parso opportuno ricordare la figura di Chabod alla platea degli storici convenuti da tutto il mondo a discutere delle condizioni di lavoro di ricerca e comunicazione della storia. Qui di seguito si riproduce il testo inglese della relazione presentata all'istituto italiano di cultura il 23 agosto 2010 da Edoardo Tortarolo)

It is a well-known paradox in Italian history that fairly conservative politicians and intellectuals are remembered as innovators if not outright revolutionaries, while alleged revolutionaries end up in Italian public memory being praised or blamed as blindly attached to the preservation of the status quo, political social institutional or intellectual. Federico Chabod, who passed away almost exactly 50 years ago, on July 14, 1960 at age 59 (he was born in Aosta in 1901), never thought of himself as a revolutionary, but in hindsight acted as a highly innovative figure in the Italian historiography from the 1920s through the 1950s. At the beginning of the 21st century we are more aware of this paradox as the turmoil and impressive instability of the mid 20th century is even more firmly focused on than it was to those, like Chabod and his fellow historians, who lived through those dramatic years. Chabod’s tragic irony was nonetheless clear to a very distinguished historian who attended his funeral in Rome.
In a private letter to a very close friend, Franco Venturi, who had succeeded Chabod as the editor-in-chief of the Rivista Storica Italiana, reported that the official ceremony in Rome took place in a cold and surreal atmosphere in the chapel of the University designed by the signature architect of the fascist regime, Piacentini. Only friends and university professors attended. No politicians showed up. The culture embodied at its best by Chabod for a lifetime appeared to be isolated and irrelevant.
In contrast, Venturi added, the private funeral in Aosta, against the powerful background of the snow-capped Alpine peaks, was attended by former partisans and local authorities, men and women of different generations. They all made clear through their homage paid to Chabod that the memory of the resistance movement against the German occupation in 1943-1945 and the struggle for local selfgovernment within the framework of the new Italian republic was a solid bond at the grass root level 15 years after the end of the war. Venturi implied that Chabod had epitomized this dynamic and liberating power of a history writing that connects with the most testing moments of human life. In his letter as well as, in more detail in his biographical entry on Chabod for the Italian Biographical Dictionary, Venturi focused on a crucial time in Chabod’s life that made clear how it became possible for Chabod to gain so much authority, civil as much as intellectual, how impressive his sense of responsibility was and how deep-seated his persuasion was that intellectuals and historians in particular are living links between the past and the future. Chabod proved through his life that historians are expected to live up the calling of the present times. This is indeed what Chabod did when in 1943 he made the decision to join the Resistance against the German occupation and the brand new fascist republic of Salò established by Mussolini in the wake of the Italian unilateral armistice proclaimed on September 8, 1943. At the same time, Chabod made the decision to teach his course on the history of the idea of Europe and on the idea of nation at the university of Milano in the winter term of 1943-44. These politically highly charged subjects were discussed in classroom when, as a student recalled, the steps of the marching German platoons were echoing in the streets of Milano.
Many of the events in Chabod’s life prior to the fateful collapse of the Fascist regime in the the summer of 1943 testified to Chabod’s relentless curiosity for new ideas, to his innovative and strong personality, to his predilection for fresh perspectives on things and the same time also to his unyielding desire to stay grounded, acknowledge reality as it is, and take the Machiavellian “effective reality of things” as the only basis for practical achievements and successful change.
This combination of innovation and hard realism may be clear to us and we are able to appreciate how productive it was. Contemporaries have understandably a less clairvoyant sense of the mixed nature of their own behavior and tend to stretch either the innovative or the conservative side of what they are doing. I would argue that thanks to his fascination for intelligence and intellectual subtlety and his realism Chabod came to be a powerfully creative historian to a degree that probably escaped him. Chabod emerged at the University of Turin where he graduated in 1924, as a natural talent in the historical studies. He got recognition at a very early age for his innovative investigation of the vexata quaestio of how and when Machiavelli’s Prince was written. Chabod then moved to Florence for a year, met Gaetano Salvemini, the doyen of the medievalists and former member of Parliament for the Socialist Party. In 1925 Chabod helped Salvemini illegally cross the border to France, when Salvemini was chased by the Italian police. Chabod then left for Berlin for a year: he attended there the seminar taught by the charismatic Friedrich Meinecke, the living embodiment of German Historismus. Then Chabod embarked on a research trip to the Spanish archives at Simancas. In Spain he met and made friends with Fernand Braudel. Besides these unusual experiences it must be recalled that Chabod was perfectly bilingual. To him, the French classical literature and historiography were as familiar as he was conversant with the Italian classics.
Unconventionally cosmopolitan, the young Chabod had a keen awareness of his skills as a historian. He moved to Rome in the late 1920s and quickly became the most distinguished in the group of young historians whom Gioacchino Volpe was training and providing with resources for research and job opportunities. Volpe, for those who are not familiar with the Italian cultural and political history in the interwar period, was probably the most prestigious historian and certainly the most influential historian in the academia from the 1910s through the 1930s. himself a staunch nationalist with a flair for extended and persuasive narrative, Volpe sheltered openly fascist and quite openly anti-Fascist young historians. He provided them with academic protection and assignments for the Enciclopedia Italiana, the signature enterprise of the fascist government in the field of culture. Chabod became the senior desk editor and wrote numerous and crucial essays for the Enciclopedia Italiana: lengthy entries like Enlightenment, renaissance and Bourgeoisie were written by Chabod in the 1930s and are still landmarks in the history of Italian historiography. At the same time Chabod got involved in the ambitious project of publication of diplomatic documents about the Italian foreign policy from 1861 to 1914. It goes without saying that this publication was a politically charged endeavor since the Fascist government counted on its foreign policy as the obvious way to reassert Italy’s role in the new balance of power in Europe and in the Mediterrenean Sea that Mussolini was frantically pursuing. Both these scholarly institutions were sponsored by the fascist government: independent research was possible only within implicitly understood limits. We know very little about Chabod’s political beliefs in the 1920s and 1930s. He grew up and was educated with virtually no direct experience of a truly parliamentary system like the prewar constitutional monarchy had been. But we can guess what Chabod’s feelings were in the 1930s: the Fascist rule was there to stay, as a long term reaction to the post war disarray. A revival of the expansionist policy that had led to the conquest of Lybia in 1911 seemed possible when Ethiopia was attacked in 1935. Italy’s successful role as a European power was a top priority in Mussolini’s foreign policy until the German Anschluss of Austria crushed these illfounded hopes.
No alternatives to the fascist regime was in sight as late as 1939, when Chabod made crucial decisions, like accepting the reality of power politics as a fact and working out a sophisticated version of historicism as the most reliable standard of historical research, that would preserve the cognitive potential of historical knowledge without compromising its credibility. Chabod concentrated his interests in research fields that were fully consonant with the interests of Fascist culture. Machiavelli attracted widespread interest after WWI. Mussolini himself saw in him a sort of antecedent. The Renaissance in general and the role of the Emperor Charles V was a central topic for the interpretation of early modern Italian history and the development of its national character. The 19th-century foreign policy was an obvious component of the Fascist self-description. Chabod was instinctively aware of the constraints that the dictatorial rule imposed upon intellectuals. While he probably resented it, he saw no point in rejecting the reality of power, also in the field of academic historiography explored by Margherita Angelini in the most recent issue of Storia della storiografia.
He rather stood his ground in defense of the academic quality of his research and his writing. Chabod’s trust in the self-evidence of intellectual quality was not just a consequence of the literary excellence of his writing, which was remarkable. It extended to his approach to historical questions that were relevant for the public discussion and were systematically misused and abused by the official propaganda and its self-appointed historians. Chabod distanced himself ostentatiously from the rank-and-file fascist historians, intent on manipulating historical questions and serving the short-term interests of the Fascist party and the Mussolini government.
Chabod pursued this ideal of scholarly integrity in the most difficult times without forfeiting his dignity and self-respect. A crucial part this scholarly integrity as Chabod understood it was indeed a thorough control of the sources and a clear understanding of the potential for understanding hidden in the sources themselves.
Chabod never slackened his pace in the search of new, underresearched documents and texts. Reading documents, recreating the voices from the past, reconstructing first-hand the questions of the past was at the core of his idea of history writing.
Chabod’s soft-spoken undergraduate lectures on historical methodology testify to his rejection of anachronism as the hsitorian’s capital sin. His published works of the 1930s are a manifesto against the manipulations of history that now make so many historical works of the 1930s so clearly unacceptable. Documentary accuracy and a keen sense for the complexity of the past stand out as major features of Chabod’s practice. Besides that, it is appropriate to mention that Chabod insisted consistently on keeping, as he wrote, “historiography clean” from undue interference with what he called, using a peculiar Italian expression “the passions of politics”. In fact, Chabod knew that even in the age of totalitarianism historians must be allowed follow the requirements of their discipline, based on the mutual acknowledgment of a shred epistemology and jarring existential dreams, plans and visions, whose diversity is unmistakable. Contrary to the spirit of Fascism, Chabod engaged very early on what we would call, not Chabod, networking. A constant belief in the importance of dialogue and encounters, associated by a natural talent for bringing people together and getting the best out of them.
In the 1930s dialogue among historians was indeed difficult but often rewarding. In 1933 Chabod participated in the International Congress of historical sciences in
Warsaw and could follow the deep-seated animosity between the German and Polish historians that unveiled that political, militant goals had subdued the scholarly standards upheld one of Chabod’s mentors, Meinecke.
International conferences now belong so obviously to the everyday routine of globalized historians that it may be difficult to envision how unique Chabod was in promoting them as an opportunity for advancement in research and understanding.
Again, dialogue among peers and innovative research was possible if Chabod accepted to act within the framework of the fascist regime. Between 1932 and 1942 Chabod was involved in the organization of a conference on the idea of Europe and of the Exhibition on the Italian civilization, planned for 1942, among many other events that gave Chabod the opportunity to support the scholarly research that was his own calling and to promote historical consciousness in the general public, in particular through the collaboration with an historical magazine, Peoples that addressed the educated readers.
A collection of lectures and essays by Chabod has been carefully edited by Marco
Platania and published last month. These lectures were not originally intended for publication and show that even in the early 1940s Chabod did not give up, even in an oral presentation, his commitment to complexity and his sense for nuances.
Being focused on history did not mean being blind to an evolving political reality.
Chabod was cautious when speaking and writing under a quasi totalitarian regime.
However, around 1940 it became clear that he was distancing himself from major decisions made by Mussolini. He joined the sectors of the intellectual world that were re-thinking fascism and devising ways for Italy to survive Mussolini. According to his closest friend Walter Maturi, his opposition to the regime was an open secret in the winter 1942. Chabod, typically, made a counterintuitive decision: he joined the resistance in the ranks of the newly constituted Action Party and carried on, as mentioned before, his teaching duty at the University of Milano. Resistance and participation in the state institution: it was possible in the 1943-44 winter. Later on, Chabod openly took up responsibility as a leader of the resistance in his native Aosta valley and hiked in the snow into French territory to elude the German troops in November 1944. He then spent months in France before going back to Aosta in May 1945. The main events in Chabod’s involvement in the public life around 1945 show how important history was to him and how energetically he pursued his political goals. In the summer of 1945 he vigorously opposed the annexation schemes of the Aosta valley that the French government was pushing hard. Chabod’s argument was that historical continuity was for Aosta being a part of the new Italian post-Fascist State as it had been a part of the Duchy of Savoy, then Kingdom of Sardinia, that had created Italy as a political entity. But Chabod was equally reclaiming from the Italian central government the establishment of an autonomous administration for the Aosta valley as a development of the federalist ideas that were popular in the Action Party.
A down-to-earth historian like Chabod insisted on institutional continuity but could not be hijacked by the past for ever. Domestic self-government was no rejection of history and was no parochialism. In September 1945 both goals were secured and Chabod was elected the first president of the Region Aosta valley. To make a long story short, in March 1946 he had to face a violent attack in Aosta from the opposition and stepped down in the summer. Soon after the bitter end of his political leadership he moved to the University of Rome, was nominated by Benedetto Croce Director of the newly founded School of Historical Studies in Naples, took up the task of editing the major historical journal, the Rivista Storica Italiana and was made a member of the Bureau of the International Committee of Historical Sciences in 1950.
This is an amazing turn of events. It suggests that Chabod took his being a professional historian not only very seriously but also from a point of view that embraced an array of connected tasks.
What pushed Chabod to develop his peculiar notion of being a historian into new territory?
In times of distress and bewilderment, even Chabod who relied on his self-control and emptional self-restraint, lowered guard from time to time. In February 1944 he wrote to his friend Ernesto Sestan that he wondered what will become “of us, of our country, of all that we love? It chills my bones to think about it, and I feel overwhelmed by discomfort […]. We must fight back, though, never indulge to discomfort and resignation. […] if we want, we will resurrect. And it is our duty, first of all our duty as scolars [uomini di studio]. To work with courage and trust. I never lost neither of them; and if I teach my course this year it is only because I know that I have a heavy duty to perform and a heavy responsibility to sustain”.
In many ways Chabod faced that heavy duty with a remarkable creativity and sense of reality, both before and after the war. Being focused on preserving and reviving the continuity of Italian history gave him a sense of what was worth carrying on that was accomplished only through quite radical decisions. The result was an unmistakable renewal of standards and working conditions for professional historians in post-war Italy. A crucial decision made by Chabod and other intellectuals from the ranks of the Action Party was to give up the political career as their main occupation. Chabod concentrated his energy on writing, doing original research, managing cultural institutions, and never regretted his decision to quit active politics. A second remarkable decision was to thrust all his intellectual energy into history writing. He had made experiences in public life and political leadership that were applied to the understnding of crucial historical questions. Chabod published major works in the 1950s that reflect his decision to interact with his environment as a historian and make his contribution to the elucidation of relevant problems. The history of the Italian foreign policy from 1870 to 1896 was published in 1951 as the first of a series of 5 volumes that never materialized. The research was done from 1936 to 1943, as Chabod himself stated in the introduction, with full access to a variety of manuscripts and archives, including the archives of the Italian Foreign Ministry. All available sources for a history of foreign policy were disclosed and integrated into the narrative. There is an enigma about the writing of the volume. Chabod never made clear when he wrote the final version. Was it written as the research was going on, that is to say before the collapse of the fascist overblown ambitions?
Was it therefore a product of the discussion within the academic historians in the very last phase of fascism? Or was it a revised text or even rewritten from scratch after 1943, when it became clear that goals, if any, of the Italian foreign policy after the war would be very different from the schemes of the 1930s? Biographers and commentators have suggested contrasting answers and have praised both Chabod’s distance from the political pressure (for those who claim that no changes were made after 1943) and his sense of the shifts in historical perspective caused by political and social events (for those who maintain that the text was revised). In 2001, the publication of parts of his History of the Italian foreign policy that Chabod did not include in his text of 1951 was possible in Storia della storiografia. A textual analysis of these unpublished chapters suggest very strongly that Chabod revised some parts of his text after 1945 and indicate that he reviewed the impressive bulk of documents he had investigated in the 1930s in the light of the – albeit temporary – end of a historical epoch.
Nonetheless, much more than just an introduction to foreign policy, Chabod’s text as well as the other works of the 1950s, the history of the Italian foreign policy turned out to be a strenuous effort at authorial self-effacing. A sophisticated narrator and an accomplished master of classical Italian, Chabod was also a master in the reality effect. Chabod would have pleased and puzzled Roland Barthes, if ever Barthes would have cared to read Chabod’s works. Chabod achieved this reality effect through his effort to select as many details as possible that referred to the question he was investigating. As a consequence he also had to pay a price for stretching the pervasiveness of the omniscient, infallible and silent narrator.
Barthes and Chabod would have agreed in stressing that the reality effect is the core of modern historiography: they would have openly disagreed as to the value of historical narrative, based on documents, versus the different intention ingrained in fictional narrative, disconnected as this is from any notion of documentary accountability. For Chabod the reality effect involved a direct cognitive responsibility. His lectures on contemporary history, The history of Italy from world war I to 1945, delivered in Paris at the Sorbonne in 1950, are evidence of the notion that the historian has to absent himself in order to be properly himself.
Ego-histoire would have met his dismissive reaction.
In public life the historian Chabod was eager to make the value of good historiography more widely accepted. His role as the organizer of the 1955 CISH conference in Rome is well known (and prof. Prodi has recently written interesting remarks about that epoch-making CISH congress), while his engagement for east European historians after 1956 has not attracted the same degree of attention. On a future occasion it will be possible to investigate also this side of Chabod’s activity.
To conclude: living in “interesting times”, to quote Hobsbawm’s autobiography, does not entitle a historian to eternity. His works are assessed in terms of their being able to rekindle the interest in the topics this ideal historian investigated and in the way he chose to investigate these topics. The solid and broad-minded works of Chabod have been unfashionable for some years. In recent years, however, both the interest in big historical issues, that impact our daily life, and the focus on reliable historical knowledge that demystifies manipulative forms of
memory and crooked narrative are now making a comeback: Chabod, who changed for the better what he wanted to preserve, deserve a prominent role as a leading figure among honest historians.